(Adnkronos) – Il cappuccio c’è ancora, la camminata dinoccolata pure. Quattro anni fa diceva che fuori dal campo «il rumore si spegne, anzi non esiste più». Quest’estate il rumore è arrivato da dentro: un ginocchio, il destro, ha detto no. Niente Canada, niente Cincinnati, niente New York, niente Asia, niente Atp Finals a Torino. L’ultimo Slam vincente è datato 12 luglio, sull’erba di Wimbledon. Poi il silenzio, interrotto da qualche video sui social, poche parole, sempre le stesse: non sono pronto. Quest’intervista è stata una lunga partita iniziata ad agosto e finita a ottobre all’atto dell’annuncio del suo stop. Tornerà, lo ha comunicato ieri, il 27 dicembre a Riad al Six Kings Slam. Sinner, cosa resta di un’estate passata a guardare il tennis lontano della rete? “Non ho fatto nulla di insolito -dice Jannik Sinner a ‘Repubblica’, se la domanda è cosa ho scoperto di nuovo in questo periodo lontano dai tornei la risposta è niente, ma senza annoiarmi. Sono andato a Monza a vedere la F1 e a Milano alla sfilata di Gucci, ho giocato un po’ di più alla Play e ho iniziato a leggere un libro di 600 pagine, ‘Io uccido’, di Giorgio Faletti. Fermo non ci sono mai stato, né ho voltato le spalle al tennis perché lui mi ha fatto del male. Anzi ho sempre lavorato molto sia in palestra che in campo e con i fisioterapisti. Pazienza è la parola giusta per questo periodo. Il corpo è l’unico avversario che non puoi battere, quando ti dice stop devi accettarlo e seguire i consigli degli specialisti”.
Ma non sarà che questo tennis rompe troppo i corpi? “Gli infortuni fanno parte dello sport, bisogna essere intelligenti e capire quanto e quando giocare. Serve avere una visione a lungo termine, non c’è solo l’oggi, si semina ora, ma il raccolto ha altri tempi. E la differenza la fa sempre il lavoro, la preparazione che fai, non la fortuna. Quella aiuta a vincere un punto, non la partita”. Se potesse incontrare Jannik di 10 anni fa cosa gli direbbe? “Quello che ho imparato: il talento senza lavoro non è niente. Devi fare scelte, valutarne le conseguenze, seguire la tua meta. Gli direi di vivere bene quei momenti, non ho rimorsi, non gli consiglierei di cambiare strada, ma di scegliere bene le persone di cui circondarsi. Non sono pentito, la mia famiglia c’è sempre stata, ho potuto contare su un papà bravo anche in cucina». E su una madre refrattaria alle partite. “È molto migliorata, non esce più durante i miei incontri, il rifiuto a sedere nel Royal Box a Wimbledon è perché non vuole essere osservata e scrutata dalle telecamere quando gioco. Non ha tutti i torti, non le piace la tensione, anche se ora riesce a essere più tranquilla”.
Cosa racconta di noi il tennis meglio o diversamente dagli altri sport? Perché riesce a essere così contemporaneo? «Non lo so perché, bisognerebbe chiederlo a chi lo guarda, non a chi lo gioca. Forse fa esistere le diversità, le valorizza, la rivalità nasce dalla differenza, si vince e si perde, ognuno trova un suo motivo per identificarsi in chi gli somiglia o in chi vorrebbe essere. E questo lo rende affascinante». Ma il mondo rivuole in campo Sinner-Alcaraz. Non cerca altro. “Non siamo tutti uguali, i contrasti esaltano. Magari io vengo vissuto come il campione disciplinato e ostinato e Carlos come quello mediterraneo e stravagante. Questa è la cosa bella, avere qualcuno che ti spinge al limite. E il tennis ha sempre vissuto di questo: da Borg-McEnroe a Sampras-Agassi fino a quando la rivalità è diventata a tre con Federer-Nadal-Djokovic”. Gli eroi dello sport vanno più di moda degli attori. Una volta si sognava con il cinema, oggi alle sfilate ci siete voi. “Ma non è una competizione, né siamo in contrapposizione. Il mondo del basket americano da tempo è attento alla moda e i suoi giocatori fuori dal campo ci tengono a mostrare la personalità anche con gli abiti. Nessuno sostituisce nessuno, credo sia solo una questione di piattaforme diverse e di nuovi soggetti”.
Prima di lei nessuno entrava in campo con una borsa firmata. Ora la imitano. “Con Gucci sento affinità. Mi piace essere un po’ diverso con cose normali, belle, eleganti. Così come amo essere a mio agio e questo marchio me lo permette. Non sono un tipo chiassoso, sono anche astemio, non sopporto il sapore dell’alcol, al massimo bevo un po’ di champagne o di vino bianco”. Se potesse cancellare una giornata della sua vita? “Non sarebbe un momento sportivo, né la sconfitta in finale con Alcaraz a Parigi 2025, né in semifinale con Djokovic a Melbourne a inizio anno». Nessun match point? «Non è una cosa successa in campo». Coraggio. «Vorrei cancellare ciò che ho provato il giorno in cui sono andato via di casa. Lo strazio di quando a 13 anni e mezzo, a Milano, ho salutato mio padre perché le nostre strade si separavano e un filo si spezzava. Ci stavamo lasciando, piangevo io per lo strappo, ma anche lui. Di quel giorno lì farei a meno, fu un’emozione troppo forte». Qualcosa da perdere l’equilibrio? «Forse a me lo ha fatto trovare, anche se ho sofferto. Mi ha fatto capire che fare una scelta significa ottenere cose nuove e perderne altre. Ci può essere dolore, ma anche la consapevolezza che quella decisione costata molto non va sprecata. Devi fare di tutto per servirla al meglio, senza rimpianti. Con impegno, costanza, lavoro».
E un momento che vorrebbe rivivere? «La purezza di una domenica d’inverno con i miei amici a sciare sulle Dolomiti. La sensazione di una bella giornata facendo una cosa che ti piace. Ci metterei anche un qualsiasi momento con la mia famiglia e uno sui kart con Giovinazzi e Ciccone. A me la velocità piace, non è un mistero. Ho bisogno dell’adrenalina, di tenere lontana la noia». La felicità ha un odore? «Potrei dire quello di un dessert perché amo i dolci». Ha 25 anni, se potesse scegliere che età avere oggi, cambierebbe? «Tengo tutto: le persone, le esperienze, gli incontri fatti». Il tempo per l’autobiografia ora lo ha. «Non ci penso proprio. So che Serena Williams, Sharapova, Agassi, McEnroe, Nadal, Borg l’hanno scritta. Ma io sono ancora giovane, preferisco i colpi alle parole, magari ne riparliamo tra 20 anni. Voglio durare, avere una carriera lunga. Ora mi sono dovuto fermare e alzare la testa oltre le righe, ma voglio riabbassarla sulla palla. So che fuori c’è dell’altro, ma il mio è lì. In quel rettangolo che si chiama tennis”.
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