Le relazioni nascono dagli incontri, crescono nella quotidianità e si rafforzano attraverso esperienze condivise. Il Laboratorio “Amici miei” promuove socializzazione, autonomia e inclusione, perché ogni persona possa sentirsi riconosciuta, costruire legami autentici e trovare il proprio posto nella comunità.
Ci sono momenti semplici che possono trasformarsi in esperienze preziose: condividere un pranzo, conoscere persone nuove, affrontare una situazione inedita o scoprire di essere capaci di fare qualcosa che prima sembrava difficile. È proprio nella quotidianità che nascono le amicizie, cresce la fiducia e si conquistano piccoli, ma importanti, spazi di autonomia.
Da questa consapevolezza riparte il Laboratorio “Amici miei” del Centro Clinico Stella Polare di Padova, un progetto che offre ai partecipanti occasioni concrete per incontrarsi, coltivare relazioni e vivere da protagonisti la propria comunità.
Una delle recenti esperienze ha riportato il gruppo al ristorante Trinacria, dove i sapori della tradizione siciliana hanno accompagnato un momento di convivialità, spazi condivisi dell’Associazione Padova Bridge, presso le ex scuderie di Villa Giusti a Padova, luogo di grande valore storico, legato alla firma dell’armistizio del 1918.
Due contesti diversi, un’unica opportunità: vivere il territorio, condividere interessi, sperimentare nuove situazioni e sentirsi parte di una comunità che accoglie. Grazie alla disponibilità delle realtà coinvolte, la giornata è diventata un’occasione per rafforzare le autonomie personali e sperimentare il piacere autentico dello stare insieme.
Le relazioni si costruiscono vivendole
Il Laboratorio “Amici miei” si inserisce in una prospettiva terapeutica, riabilitativa ed educativa che riconosce il valore della socializzazione come parte integrante della crescita personale. Il lavoro di gruppo si accompagna a percorsi individualizzati, rispettosi dei tempi, delle esigenze e delle potenzialità di ciascuno.
Ogni persona ha il proprio modo di comunicare, affrontare le difficoltà e costruire legami. Per questo, creare inclusione significa offrire un contesto accogliente nel quale ciascuno possa mettersi alla prova, esprimere le proprie preferenze e sviluppare nuove competenze senza sentirsi giudicato.
Non si tratta semplicemente di partecipare a un’attività, ma di imparare a riconoscere i propri bisogni e quelli degli altri, affrontare gli imprevisti, sviluppare fiducia e conquistare gradualmente maggiore autonomia. Il sostegno dei professionisti accompagna questo percorso senza sostituirsi alla persona, lasciandole spazio per scegliere, sperimentare e diventare protagonista delle proprie esperienze.
Perché le relazioni non si imparano soltanto attraverso le parole: si costruiscono vivendole, incontro dopo incontro.
Prima delle etichette, vengono le persone
Parlare di inclusione significa anche superare una visione della disabilità concentrata esclusivamente sulle difficoltà. Ogni persona è molto più di una diagnosi o di una condizione: ha desideri, interessi, capacità, sensibilità e aspirazioni che meritano ascolto e riconoscimento.
Tutti desideriamo sentirci accolti, essere cercati, condividere momenti con gli altri e sapere che la nostra presenza è importante. Sono bisogni profondamente umani, che appartengono a ciascuno di noi.
Per questo, l’inclusione non coincide con la semplice presenza in un luogo. Significa poter partecipare davvero, esprimere la propria individualità, compiere scelte ed essere riconosciuti come parte attiva del gruppo.
Anche le famiglie svolgono un ruolo fondamentale: attraverso la fiducia, la collaborazione con i professionisti e l'impegno quotidiano, sostengono i percorsi di crescita dei ragazzi e delle ragazze, affinché possano accedere a nuove esperienze e costruire relazioni significative.
È un cammino che richiede pazienza, ascolto e continuità, ma che permette di valorizzare risorse spesso poco visibili e di aprire nuove possibilità di partecipazione.
Una rete di competenze e umanità
Il progetto è realizzato dal Centro Clinico Stella Polare di Padova, sotto la direzione scientifica e clinica del dottor Ruggiero Guzzo, con la supervisione clinica della dottoressa Ornella Mario, psicologa e psicoterapeuta, e il coordinamento del dottor Pietro Vettore, educatore professionale.
I gruppi sono guidati dalle psicologhe Matilde Zedury, Layla Lioce e Clara Bricchi, insieme ai dottori Filippo Turini e Federico Dugoni, con competenze nell’ambito delle scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche.
All’esperienza partecipano anche Giulia Scalabrin ed Emma Castelli, tirocinanti dell’Università degli Studi di Padova, rispettivamente nei corsi di laurea in Scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche e in Scienze psicologiche sociali e del lavoro.
Il laboratorio rappresenta così anche un’importante occasione di formazione sul campo, nella quale le conoscenze teoriche si incontrano con le storie, i bisogni e le potenzialità delle persone.
Accanto al lavoro dell’équipe, la collaborazione con realtà del territorio, come il ristorante Trinacria e l’Associazione Padova Bridge, testimonia quanto sia importante costruire legami tra i servizi educativi e riabilitativi e la vita quotidiana della comunità.
Una società inclusiva, infatti, non nasce soltanto all’interno dei servizi dedicati, ma prende forma anche nei ristoranti, nelle associazioni e nei luoghi di incontro. È qui che l’accoglienza diventa un’esperienza concreta e che le persone possono conoscersi al di là dei ruoli e delle differenze.
Il valore di sentirsi attesi
Per Gianluca, Valentina, Marta, Andrea, Mattias, Pietro, Marco, Lisa, Damiano, Simone, Paride, Alex, Sonia, Denise, Elisa, Lara, Silvia, Tommaso e tutti gli altri partecipanti, queste giornate significano molto più di un’attività condivisa.
Sono occasioni per scoprire interessi comuni, affrontare nuove situazioni, ritrovare volti familiari e vivere la soddisfazione di piccoli progressi. Traguardi che possono sembrare modesti agli occhi di chi osserva dall’esterno, ma che assumono un valore profondo nella storia di ciascuno.
A volte, il risultato più importante non è superare una difficoltà, ma trovare il coraggio di esprimere un desiderio, prendere un’iniziativa o sentirsi abbastanza a proprio agio da essere semplicemente sé stessi.
E c’è qualcosa di ancora più prezioso: sapere che qualcuno ha piacere di incontrarci di nuovo.
Sentirsi attesi significa sapere di avere un posto nella vita degli altri. Significa non essere soltanto destinatari di un intervento, ma persone con cui condividere tempo, interessi ed emozioni.
L’amicizia non è un premio da conquistare e l’appartenenza non è un privilegio da concedere. Ogni persona ha diritto a relazioni significative, all’ascolto e alla possibilità di partecipare alla vita sociale, con il sostegno di cui ha bisogno.
È questo uno dei messaggi più importanti del Laboratorio “Amici miei”: riconoscere le persone per ciò che sono, per ciò che desiderano e per tutto ciò che possono condividere.
L’inclusione comincia quando facciamo spazio
Il valore di una giornata insieme non si misura soltanto nelle attività svolte o negli obiettivi raggiunti. Si riconosce anche in un sorriso spontaneo, in una conversazione che continua, nella voglia di ritrovarsi.
Sono gesti quotidiani che raccontano quanto le relazioni possano contribuire al benessere e alla crescita di ciascuno.
Il Laboratorio “Amici miei” ci ricorda che non basta accompagnare le persone nella comunità: è necessario costruire una comunità in cui tutti possano partecipare, essere ascoltati e sentirsi riconosciuti.
Questo richiede servizi competenti, famiglie coinvolte, professionisti preparati e istituzioni attente, ma anche luoghi disponibili ad accogliere e persone capaci di andare oltre i pregiudizi.
La sfida è fare in modo che queste esperienze non rimangano occasioni isolate, ma diventino opportunità continuative, accessibili anche al di fuori del laboratorio. Perché l’inclusione più autentica non si realizza soltanto durante una giornata organizzata, ma nella possibilità di vivere ogni giorno relazioni, interessi e momenti di condivisione.
In fondo, il messaggio di “Amici miei” è semplice e universale: una società diventa più umana quando riconosce che ogni persona, indipendentemente dalle proprie caratteristiche, ha qualcosa da offrire e qualcosa da condividere.
Il cambiamento comincia quando smettiamo di chiederci che cosa una persona non sappia fare e iniziamo a domandarci quali esperienze possiamo vivere insieme. Quando vediamo, prima di ogni condizione, una storia; prima di ogni difficoltà, un desiderio; prima di ogni etichetta, una persona.
Perché nessuno dovrebbe sentirsi ospite in un mondo che appartiene anche a lui.
L’inclusione più grande non è aprire una porta perché qualcuno possa entrare, ma fare in modo che non debba mai sentirsi un ospite.
È così che una comunità diventa davvero di tutti: quando ciascuno può sentirsi atteso, costruire legami e vivere con la certezza di avere un posto nel mondo.