Violenza tra adolescenti: secondo il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, i dati ESPAD Italia 2025 del CNR indicano un problema non più episodico ma strutturale. Il presidente Romano Pesavento chiede al ministro Giuseppe Valditara una governance nazionale della prevenzione educativa, fondata su relazioni, formazione dei docenti e reti territoriali.
Violenza tra adolescenti
La violenza tra adolescenti non può più essere letta come una somma di episodi isolati. È il sintomo di una fragilità più profonda del tessuto educativo, familiare e sociale nel quale ragazze e ragazzi costruiscono la propria identità.
È questa la lettura proposta dal Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, presieduto dal professor Romano Pesavento, a partire dai risultati dell’indagine ESPAD Italia 2025, realizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Secondo la nota diffusa dal CNR, nel 2025 il 43,4% degli studenti e delle studentesse tra i 15 e i 19 anni riferisce di aver agito o subito almeno uno dei comportamenti violenti rilevati. Si tratta di oltre quattro adolescenti su dieci. Il 14,2% segnala due o più episodi. Il dato, riportato nella comunicazione ufficiale del Consiglio Nazionale delle Ricerche sui risultati ESPAD Italia 2025, mostra una diffusione del fenomeno che il CNDDU considera ormai strutturale.
La violenza non finisce nell’aggressione
Il punto più preoccupante, secondo Pesavento, non riguarda soltanto la quantità degli episodi di violenza tra adolescenti, ma la loro trasformazione qualitativa.
Le aggressioni ai docenti, le minacce con armi, le risse, gli atti di sopraffazione e la loro diffusione attraverso smartphone e piattaforme digitali indicano che la violenza non si esaurisce più nel gesto. Continua nella registrazione, nella condivisione, nell’esposizione pubblica.
È un passaggio culturale delicato. Quando un’aggressione viene filmata prima ancora di essere fermata, il problema non è soltanto l’atto violento. È lo sguardo di chi assiste. È la ricerca di consenso. È la trasformazione della sofferenza altrui in contenuto.
Il CNDDU insiste proprio su questo punto: il numero crescente di studenti che osserva, riprende o condivide episodi violenti segnala un indebolimento della capacità di riconoscere nell’altro una persona. L’altro diventa immagine, scena, materiale da diffondere. E in questa trasformazione la violenza acquista una forma nuova, più pervasiva e più difficile da contenere.
La qualità delle relazioni è prevenzione
L’indagine ESPAD evidenzia anche una correlazione tra comportamenti aggressivi e qualità delle relazioni educative. Le percentuali aumentano tra gli studenti che dichiarano rapporti problematici con insegnanti, famiglia e gruppo dei pari.
Il CNDDU evita automatismi causali: non significa che ogni difficoltà relazionale produca violenza. Ma il dato conferma che la qualità delle relazioni è uno dei principali strumenti di prevenzione.
Una scuola nella quale gli studenti si sentono riconosciuti, ascoltati e parte di una comunità riduce il rischio di comportamenti antisociali. Al contrario, contesti segnati da isolamento, conflitto permanente, mancanza di fiducia e assenza di adulti significativi possono diventare terreno fertile per aggressività, sopraffazione e disimpegno civico.
Per questo, secondo Pesavento, il tema della violenza tra adolescenti non può essere lasciato soltanto alla risposta disciplinare o alla gestione dell’emergenza. Punire resta necessario quando vengono violate le regole. Ma la prevenzione vera nasce prima: nella costruzione quotidiana di ambienti educativi capaci di dare senso, appartenenza e responsabilità.
La scuola non può dipendere dalla buona volontà dei singoli
Negli ultimi anni molte scuole italiane hanno avviato progetti contro bullismo, cyberbullismo, abbandono scolastico e disagio giovanile. Spesso si tratta di esperienze valide, costruite con competenza e passione. Il problema, secondo il CNDDU, è che restano troppo frammentate.
La prevenzione non può dipendere dalla sensibilità del singolo dirigente, dalla disponibilità di un gruppo di docenti o dalla capacità di un istituto di intercettare risorse. Deve diventare una funzione strutturale del sistema educativo nazionale.
Da qui la proposta rivolta al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: costruire una governance nazionale della prevenzione educativa, capace di mettere in rete gli strumenti già esistenti e superare la logica degli interventi episodici.
Il CNDDU propone un modello fondato su alcuni assi: monitoraggio continuo del clima relazionale nelle scuole, formazione permanente dei docenti, équipe multidisciplinari di supporto pedagogico e psicologico, collaborazione stabile con famiglie e servizi territoriali, metodologie didattiche partecipative orientate alla cooperazione e alla mediazione dei conflitti.
Non si tratterebbe, nelle intenzioni del Coordinamento, di aggiungere nuovi adempimenti burocratici. Al contrario, l’obiettivo è costruire un’infrastruttura educativa permanente, capace di rendere la prevenzione parte ordinaria dell’organizzazione scolastica.
Docenti lasciati soli davanti a classi sempre più complesse
Uno dei passaggi centrali della riflessione riguarda la formazione degli insegnanti.
Le classi di oggi sono attraversate da fragilità emotive, conflitti familiari, uso intensivo delle tecnologie, difficoltà relazionali, differenze culturali, bisogni educativi diversificati. In questo contesto, la professionalità docente non può più essere ridotta alla sola trasmissione dei contenuti disciplinari.
Servono competenze nella gestione dei gruppi, nell’osservazione delle dinamiche relazionali, nell’educazione emotiva, nella comunicazione efficace, nella prevenzione dei conflitti, nell’uso consapevole degli strumenti digitali.
Investire su queste competenze non significa trasformare gli insegnanti in psicologi o assistenti sociali. Significa riconoscere che l’apprendimento avviene dentro una relazione educativa. E quando quella relazione si rompe, anche la funzione della scuola si indebolisce.
Il problema non è solo dei ragazzi
La parte più scomoda della riflessione del CNDDU riguarda però il mondo adulto.
I dati sulla violenza tra adolescenti descrivono certamente un disagio giovanile. Ma riflettono anche la società nella quale gli adolescenti crescono. Una società in cui il conflitto pubblico è spesso esasperato, l’aggressività verbale viene normalizzata, la visibilità conta più della responsabilità e la contrapposizione prende il posto dell’argomentazione.
È ingenuo pensare che questi modelli restino fuori dalle aule scolastiche. I giovani apprendono anche osservando gli adulti: nel linguaggio politico, nei media, nei social network, nelle famiglie, nei luoghi dello sport, negli spazi digitali.
La scuola resta uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile educare alla cooperazione, al confronto critico e al rispetto reciproco. Ma non può essere lasciata sola a contrastare fenomeni che nascono da trasformazioni sociali molto più ampie.
La prevenzione non è anticipare la sanzione
La vera emergenza, secondo Romano Pesavento, non è soltanto l’aumento di alcuni comportamenti violenti. È la progressiva normalizzazione della violenza come linguaggio della relazione sociale.
Quando l’offesa all’insegnante perde il carattere dell’eccezione, quando la sopraffazione produce consenso nel gruppo, quando un’aggressione viene ripresa e condivisa invece di essere interrotta, il problema è culturale prima ancora che disciplinare.
Per questo la prevenzione non coincide con l’anticipazione della sanzione. Prevenire significa costruire contesti nei quali la violenza perda attrattiva simbolica, riconoscimento sociale e funzione identitaria.
È una sfida educativa, ma anche democratica. Perché investire sulle relazioni nelle scuole significa investire sulla sicurezza, sulla coesione sociale e sulla qualità della cittadinanza.
Il CNDDU chiede quindi di aprire una nuova stagione di riflessione e investimento. Il futuro della scuola italiana non dipenderà soltanto da riforme, tecnologie e programmi. Dipenderà anche dalla capacità di ricostruire il capitale relazionale delle comunità educanti.
In questa prospettiva, la scuola non deve limitarsi a trasmettere conoscenze. Deve aiutare le nuove generazioni ad abitare responsabilmente la complessità del proprio tempo.
