Il gioco delle parti: come l’Italia è rimasta prigioniera della politica degli opposti. Le radici storiche di uno scontro permanente

 

La politica italiana nasce divisa. Non è un’iperbole giornalistica: è un dato strutturale che affonda le radici nella fondazione stessa della Repubblica. Il sistema partitico dell’Italia post-bellica fu costruito attorno a una frattura ideologica di fondo — quella tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano — che non era soltanto politica, ma culturale, antropologica, quasi religiosa. Da un lato il mondo cattolico e atlantista, dall’altro la cultura operaia e marxista. Due Italie che non si parlavano, ma si fronteggiavano. Due visioni del mondo che non cercavano la sintesi, ma la vittoria.

La politica italiana vittima di se stessa

Quella frattura non è mai stata davvero sanata. È stata travestita, ribattezzata, riverniciata. Ma il meccanismo di fondo — la politica come guerra per procura tra blocchi contrapposti — ha attraversato indenne la Prima Repubblica, il trauma di Tangentopoli, la stagione berlusconiana, l’era dei tecnici e quella dei populismi. Ogni stagione ha avuto i suoi protagonisti, ma lo spartito è rimasto lo stesso.

La cosiddetta Seconda Repubblica, nata all’inizio degli anni Novanta dalle ceneri di Mani Pulite, fu presentata come la grande opportunità di un rinnovamento. L’avvento del sistema maggioritario, con il referendum del 1993 e poi la legge Mattarella, avrebbe dovuto favorire governi stabili, alternanza reale e responsabilità diretta davanti agli elettori. In parte fu così. Ma generò anche qualcosa di imprevisto: la personalizzazione della contrapposizione. Con Silvio Berlusconi sceso in campo nel 1994, lo scontro politico smise di essere programmatico e divenne esistenziale. Non si trattava più di scegliere tra modelli diversi di sviluppo economico o di welfare: si trattava di scegliere da che parte stare in una guerra civile fredda, combattuta con i voti invece che con le armi.

Berlusconi e l’invenzione del nemico strutturale

Il ventennio berlusconiano ha lasciato un’eredità politica che va ben oltre le leggi approvate o i processi subiti. Ha normalizzato la logica del nemico: l’avversario non è qualcuno con cui si può trovare un accordo su singoli provvedimenti, ma un pericolo esistenziale per la democrazia — o, a seconda dei punti di vista, per il paese. Il centrosinistra descriveva Berlusconi come un eversore delle istituzioni; Berlusconi descriveva il centrosinistra come un’armata comunista mascherata da progressisti.

Entrambe le narrazioni avevano una funzione precisa: mobilitare la base attraverso la paura, non attraverso un progetto.

Questo meccanismo ha prodotto una patologia specifica del sistema politico italiano: la paralisi per contrapposizione.

Ogni proposta dell’uno diventa automaticamente inaccettabile per l’altro, non in forza di un’analisi di merito, ma in virtù dell’identità di chi la avanza. Riforme che in qualsiasi democrazia europea sarebbero state approvate con larghe maggioranze trasversali — dalla riforma del mercato del lavoro alla razionalizzazione del sistema fiscale, dalla semplificazione burocratica alla modernizzazione della pubblica amministrazione — si sono arenate in Italia nella sabbia dello scontro identitario.

Il paradosso più evidente riguarda proprio quelle riforme strutturali che il paese attendeva da decenni: ogni volta che una forza politica le proponeva, l’altra le affossava — non perché fossero sbagliate, ma perché approvarle avrebbe significato concedere una vittoria politica all’avversario. Il bene comune è diventato ostaggio della logica di schieramento.

Dalla Terza Repubblica ai populismi: la polarizzazione della politica italiana si reinventa

Con il crollo del sistema bipolare tradizionale, avvenuto progressivamente tra il 2008 e il 2013, molti osservatori speravano in un rinnovamento autentico. La crisi economica globale aveva messo a nudo i limiti della politica tradizionale. I partiti storici si sgretolarono. Emerse il Movimento 5 Stelle, che si presentò come la negazione di tutte le categorie politiche precedenti: né destra né sinistra, né governo né opposizione in senso classico, ma “il popolo contro la casta”.

Fu una narrazione potente, e per certi versi comprensibile: raccoglieva una frustrazione reale, quella di milioni di italiani che si sentivano estranei a un sistema percepito come autoreferenziale e corrotto. Ma anche il populismo grillino, pur nei suoi elementi genuinamente innovativi, riprodusse la logica binaria: non più destra contro sinistra, ma popolo contro élite, onesti contro corrotti, cittadini contro politici. Una nuova polarizzazione che si sovrappose alla vecchia senza dissolverla.

Negli anni successivi, il sistema si è ulteriormente frammentato e ricomposto. La stagione dei governi tecnici — Monti, poi Draghi — ha dimostrato che l’Italia sa trovare convergenze di emergenza, ma ha anche confermato che queste convergenze vengono percepite come eccezioni, come parentesi necessarie ma non desiderabili, non come modello da stabilizzare. Appena l’emergenza si allontana, le forze centrifughe riprendono il sopravvento.

L’attuale configurazione politica, con Fratelli d’Italia al governo e un’opposizione frammentata tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le forze del centro, ripropone schemi antichi in abiti nuovi. Il governo Meloni è vissuto da ampi settori dell’opposizione come una minaccia sistemica alla democrazia; la premier risponde dipingendo i propri avversari come portatori di un’ideologia estranea agli interessi nazionali.

Lo spartito non cambia. Cambiano solo i nomi sul cartellone.

Il costo reale della polarizzazione: chi paga il prezzo

Dietro lo spettacolo della contrapposizione permanente, esiste un bilancio in termini di politiche mancate che raramente viene presentato agli elettori in modo onesto. L’Italia è l’unico grande paese dell’Eurozona ad aver registrato una crescita reale del PIL pro capite sostanzialmente piatta nell’arco di un quarto di secolo. Il debito pubblico ha raggiunto livelli che riducono drammaticamente lo spazio di manovra di qualsiasi governo. Il sistema educativo, nonostante riforme episodiche, continua a produrre divari intollerabili tra Nord e Sud, tra istruzione tecnica e accademica, tra generazioni. La transizione energetica procede a singhiozzo, condizionata più da veti incrociati che da scelte strategiche.

Queste non sono questioni ideologiche: sono sfide tecniche e amministrative che richiederebbero analisi di lungo periodo, cooperazione tra maggioranza e opposizione, e la capacità di separare la gestione dell’interesse pubblico dalla competizione elettorale.

Ma in un sistema dove tutto è battaglia e nulla è costruzione, persino i provvedimenti più tecnici vengono trascinati nel vortice della polarizzazione.

Il vero beneficiario di questo sistema non è né la destra né la sinistra: è la classe politica italiana nel suo complesso, che in uno stato di guerra permanente mantiene alta la propria rilevanza, alimenta il senso di appartenenza tribale degli elettori e riduce al minimo la possibilità di essere giudicata sui risultati concreti. La polarizzazione, in questo senso, non è un effetto collaterale della politica italiana: ne è il motore di sopravvivenza.

Conclusione: rompere il cerchio è possibile?

Il “gioco delle parti” che imprigiona la politica italiana non è inevitabile. È una scelta — collettiva, sedimentata, spesso inconsapevole — che ogni attore del sistema rinnova ogni giorno decidendo di privilegiare la contrapposizione alla costruzione. Spezzarlo richiede qualcosa di più difficile di una buona piattaforma programmatica: richiede una cultura politica diversa, che sia in grado di separare il momento della competizione elettorale da quello della gestione dell’interesse comune.

L’Italia ha bisogno — strutturalmente, non contingentemente — di forze politiche capaci di costruire ponti invece di trincee, di riformare invece di resistere, di valutare le proposte nel merito invece che nell’appartenenza di chi le avanza.

Finché questo non accadrà su scala sufficiente, il gioco delle parti continuerà.

E a pagarne il prezzo, come sempre, sarà chi quel gioco non l’ha mai voluto giocare: il paese reale.

Avv. Fulvio Cavallari

Laureato a Padova presso la Facoltà di giurisprudenza nel 1994 con tesi di laurea in Diritto Commerciale dal titolo "I Procuratori dell’imprenditore commerciale" nel Novembre del 1997 si iscrive all’albo degli Avvocati del Foro di Padova , dal 2001 è Revisore Legale iscritto al n. 120988 del registro del Ministero dell’Economia e Finanze Ragioneria Generale dello stato. Da marzo 2020 è associato alla LAPET acquisendo la qualifica di Tributarista . Iscritto all’albo arbitri della Camera di Commercio di Padova, attualmente è responsabile Veneto dell’associazione ADUSBEF. Aree di Esperienza La qualifica di Avvocato e Revisore Legale e l’esperienza acquisita in questi settori ha consentito una formazione multidisciplinare nei seguenti campi: Diritto Civile Diritto Commerciale Diritto Bancario Diritto dei Mercati Finanziari Collegi Sindacali