Dal 2011 al 2024 il saldo dei giovani persi dal Veneto è negativo per 12 mila unità. In regione il 48,1% degli emigrati tra i 18 e i 34 anni è laureato. Bertin: «Non perdiamo soltanto popolazione, ma competenze».
PADOVA – Non sono soltanto i giovani a partire. A lasciare il Veneto sono anche competenze, formazione e una parte del capitale umano su cui il territorio ha investito. Tra il 2011 e il 2024 il saldo complessivo tra giovani veneti partiti verso l’estero o altre regioni e quelli arrivati è negativo per circa 12 mila persone. Un dato che riporta al centro anche a Padova la questione dell’attrattività del lavoro e delle imprese per le nuove generazioni.
A rilanciare il tema è Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Padova, partendo dai dati del rapporto CNEL sui giovani italiani all’estero. «Il problema è che siamo portati a credere che sia una questione che riguarda soltanto l’università, le grandi aziende o le multinazionali», osserva Bertin. In realtà, secondo il presidente di Confcommercio Padova, il fenomeno riguarda direttamente anche il tessuto economico veneto e padovano, composto in larga parte da piccole e medie imprese.
Il 48,1% dei giovani emigrati veneti è laureato
Il dato demografico nasconde infatti una questione economica. Secondo il CNEL, tra il 2011 e il 2024 dall’Italia sono emigrati circa 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, mentre il saldo al netto dei rientri è stato negativo per circa 441 mila. Nel solo 2024 hanno lasciato il Paese, circa 78 mila giovani.
Ma a preoccupare è soprattutto il livello di formazione di chi parte. Nel triennio 2022-2024 i laureati rappresentavano il 42,1% dei giovani emigrati italiani. In Veneto la percentuale sale al 48,1%: quasi uno su due tra i giovani che lasciano la regione possiede quindi un titolo universitario.
«Non stiamo perdendo soltanto popolazione giovane. Stiamo perdendo competenze», sottolinea Bertin. E il costo non è soltanto demografico. Il CNEL stima in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano uscito dall’Italia nel periodo 2011-2024. Per il Veneto la stima arriva a 14,8 miliardi di euro.
Stipendi, carriera e meritocrazia: perché i giovani partono
Il problema non sembra però riconducibile soltanto alla possibilità di trovare un lavoro. La nuova indagine CNEL dedicata ai giovani italiani all’estero, pubblicata il 7 settembre, ha raccolto oltre 2.500 risposte. Il 93% dei partecipanti è laureato e il 58% ha lasciato l’Italia appena terminati gli studi, senza aver mai lavorato nel Paese.
Quando si parla delle condizioni necessarie per tornare, al primo posto ci sono le retribuzioni: l’83% considera estremamente rilevante un loro aumento. Seguono le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo, indicate complessivamente dall’88%, e il riconoscimento del merito, al 79%. Pesano inoltre incentivi al rientro, conciliazione tra vita e lavoro, costo della casa e qualità dei servizi.
È proprio su questo punto che Confcommercio Padova invita a cambiare prospettiva. «Certamente le retribuzioni contano – spiega Bertin – ma i giovani guardano anche alle opportunità di crescita professionale, alla meritocrazia, alla qualità del management, alla formazione, alla flessibilità, alla possibilità di assumersi responsabilità e alla qualità della vita».
La sfida per le PMI padovane verso i giovani del Veneto
La domanda, quindi, non riguarda soltanto il motivo per cui i giovani scelgono di andare all’estero. Riguarda anche ciò che trovano quando decidono di rimanere. «Il refrain è noto: i giovani non vogliono più fare determinati lavori. Però mi chiedo se non sia arrivato il momento di porci anche la domanda opposta: quanto sono attrattive oggi le nostre imprese per un giovane di 25 o 30 anni?», afferma Bertin.
Per il presidente di Confcommercio Padova, proprio le piccole e medie imprese potrebbero trasformare le loro dimensioni in un elemento di attrattività. Una PMI difficilmente può competere con una multinazionale sullo stipendio iniziale, ma può offrire rapporti più diretti, responsabilità più rapide, possibilità di incidere sulle decisioni e percorsi professionali meno standardizzati.
È una questione che tocca direttamente anche il tessuto economico padovano, dove commercio, turismo, servizi e professioni dipendono sempre più dalla disponibilità di personale qualificato. E si collega al problema del ricambio generazionale già emerso nel commercio cittadino, con oltre 400 attività di vicinato perse a Padova tra il 2012 e il 2024.
Il rischio, insomma, non è soltanto avere meno giovani. È avere meno persone qualificate disponibili a costruire il futuro delle imprese. «Se vogliamo che Padova e il Veneto continuino a crescere – conclude Bertin – non possiamo limitarci a chiedere ai giovani di restare. Dobbiamo costruire le condizioni perché abbiano convenienza a farlo»