L’allarme di Appe Padova: l’abusivismo è servito con l’home restaurant

 

Secondo un’indagine dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (APPE), suffragata dalle segnalazioni che giungono dagli esercenti associati – titolari di bar, ristoranti, trattorie e pizzerie – si sta affacciando anche a Padova, dopo Roma e Milano, il fenomeno degli “home restaurant”, luoghi dove si somministrano abusivamente cibi e bevande, con potenziali gravi pericoli per la salute pubblica.
«In pratica – dichiara il Segretario APPE Filippo Segato – si tratta di privati cittadini che “aprono” la loro casa per ospitare persone a pranzo o a cena, pubblicizzando l’attività su internet e facendosi pagare un corrispettivo».
Nato negli Stati Uniti e diffusosi in Europa attraverso l’Inghilterra, il fenomeno è sbarcato da qualche tempo anche in Italia e sembra interessare centinaia di padroni di casa che finiscono col trasformare le proprie abitazioni in veri e propri ristoranti mascherati.
Il fattore scatenante, secondo l’Associazione dei ristoratori, sarebbe la pesante crisi economica: da un lato disoccupati che, stimolati dalle numerosissime trasmissioni televisive, si inventano cuochi e, dall’altro, clienti che, convinti di poter risparmiare qualche euro, invece di andare al ristorante si recano nelle abitazioni private.
«In effetti – chiarisce Segato – talvolta i prezzi delle consumazioni in queste case sono più bassi per vari motivi: primo, perché l’attività non è appesantita dalla soffocante pressione fiscale che invece subiscono gli imprenditori. Secondo, perché il menù è già rigidamente prefissato in partenza e non si devono quindi affrontare costi per scorte, semilavorati e magazzino. Terzo, perché non ci sono dipendenti da pagare, in quanto di solito l’attività è svolta direttamente dai soli “padroni di casa” che, tra l’altro, sono avvantaggiati perché non devono sobbarcarsi i pesanti costi collegati alla normativa sulla sicurezza sul lavoro».
Le attuali leggi puniscono la somministrazione di cibi e bevande, svolta senza la regolare autorizzazione, con la chiusura dell’attività e una sanzione pecuniaria di 1.032 euro.
«Oltre agli aspetti amministrativi – rincara la dose il Segretario APPE – occorre anche fare attenzione agli aspetti fiscali e igienico-sanitari: i ristoratori per poter svolgere la loro attività devono sottostare ad una miriade di leggi e regolamenti e non è possibile svolgerne una similare senza rispettarli. Ci chiediamo se, a fine pasto, venga rilasciato qualche documento fiscale a fronte del pagamento del prezzo richiesto».
Per effettuare regolarmente la somministrazione di alimenti e bevande, alcolici compresi, sia essa rivolta al pubblico che ad una cerchia determinata di persone, occorrono le seguenti autorizzazioni: “Licenza” o SCIA (segnalazione certificata inizio attività); possesso dei requisiti morali e professionali; rispetto delle norme urbanistiche, edilizie, igienico-sanitarie; conformità dei locali ai criteri di sorvegliabilità.
«Non abbiamo paura della concorrenza – puntualizza Segato – ma vogliamo che per tutti valga il motto: “stesso mercato, stesse regole”. Se qualcuno ritiene di avere capacità culinarie apra un pubblico esercizio e rispetti le leggi».
L’APPE invita tutte le Autorità a svolgere i controlli di competenza, al fine di stroncare sul nascere un fenomeno che, se sottovalutato, potrebbe causare pericoli igienico-sanitari ai consumatori, danni erariali alle casse dello Stato ed ulteriore concorrenza sleale agli esercenti, oltre a quella già esercitata dai falsi agriturismi e dai finti circoli privati.