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Riflessioni sul fine vita per tre giorni al San Gaetano

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Il termine “persona” ha un’etimologia incredibilmente affascinante: il vocabolo latino pers na(m) riprende quello etrusco phersu che, secondo il filologo Giovanni Semerano, indica la maschera. Ma il phersu non era semplicemente la maschera indossata durante le celebrazioni di tragedie o commedie, quanto piuttosto quella che copriva il volto della salma prima della celebrazione funeraria. L’essere persona, quindi, è la condizione di “chi sa” che sta ricoprendo un ruolo nel proprio esser sé destinato alla morte.

Da giovedì 6 a sabato 8 settembre al Centro culturale San Gaetano, via Altinate 71 a Padova, si terrà il Convegno internazionale dal titolo “Dinanzi al morire: percorsi interdisciplinari dalla ricerca all’intervento” organizzato scientificamente da Ines Testoni direttore del Master “Death studies & the End of Life” dell’Università di Padova in collaborazione con FISPPA sezione di Psicologia Applicata, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Università degli Studi di Padova, Associazione Italiana di Psicologia, Ordine Nazionale Psicologi, Comune di Padova – Assessorato alla Cultura, GRUPPO AIP “Death & Dying studies per l’intervento psicologico”, Ordine degli Psicologi, Ordine dei Medici, Sicp, Aiom, Sipsot e Sipo.

Il congresso sottolinea il passaggio dal disease-centred al patient-centre model: cioè il transito ad un concetto di cura che pone la persona al centro di “relazioni” e non come mera procedura protocollare. L’intento di fondo riguarda la necessità di curare gli ammalati come esseri umani che nella malattia cercano di dare senso alla loro sofferenza e non come ottuse macchine da restituire alla loro funzione sociale, nel minor tempo e costo possibile.

«Il Congresso» dice Ines Testoni «presenta le ricerche e le pratiche che vogliono superare il riduzionismo senza nasconderci che siamo mortali e proprio per questo informandoci sul che cosa la vita richieda per non essere morte prima della sua fine. In ogni periodo di crisi, come questo, il tema della morte risulta essere centrale, perché si attenuano le luci che illuminano gli scenari della distrazione con cui è facile ottundere la coscienza o dello svago inteso come giusto premio per la difficoltà che l’attività produttiva impone quotidianamente. Parlare di morte, quindi, non è sintomo di depressione, al contrario può essere testimonianza di attenta e partecipe riflessione sulla vita e sulle sue azioni quotidiane».

Oltre quaranta relatori che provengono da tutta Italia e dal mondo si affacceranno dunque sullo scenario autentico del confronto per descrivere come l’ultimo e il più estremo passaggio viene gestito e affrontato nella realtà delle azioni di cura in modo interdisciplinare. Religiosi, medici, filosofi, psicologi, sociologi, storici, pedagogisti, antropologi si interfacceranno per concertare cosa significhi umanizzare le cure e non considerare il morente come “vuoto a perdere”, che può essere sacrificato a quello che viene ormai già chiamato “olocausto tecnologico”, di cui i professionisti della salute rischiano, a volte, di essere ignari esecutori.

Programma su www.endlife.it

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