A Padova sono oltre 400 le attività commerciali di vicinato perse negli ultimi anni. Confcommercio rilancia il tema degli affitti, dei costi e della burocrazia e chiede misure per favorire nuove aperture e ricambio generazionale nei negozi.
A Padova il problema dei negozi che chiudono non riguarda soltanto le serrande abbassate. Dietro la perdita delle attività commerciali di vicinato c’è anche la difficoltà di trovare nuovi imprenditori disposti a investire, soprattutto tra i giovani.
Negli ultimi dodici anni il tessuto commerciale padovano ha perso oltre 400 attività di vicinato. Un’analisi Confcommercio riferita al periodo 2012-2024 quantifica il saldo negativo in 407 negozi, con 205 attività perse in centro e 202 nei quartieri.
Il tema torna ora al centro del dibattito con l’intervento di Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Padova, che individua negli affitti elevati, nei costi di gestione e nella burocrazia alcuni degli ostacoli maggiori per chi vuole aprire o mantenere un’attività.
Il problema dei locali che rimangono vuoti
La chiusura di un negozio lascia un vuoto che non è soltanto economico. Nei quartieri viene meno anche un servizio per i residenti e un presidio della vita quotidiana. Confesercenti Veneto Centrale, a febbraio, aveva segnalato proprio la presenza crescente di locali sfitti e serrande abbassate, indicando tra le cause il caro affitti, i costi di gestione e il mancato ricambio generazionale.
Per Confcommercio, la desertificazione commerciale non può essere affrontata soltanto attraverso iniziative occasionali. Bertin propone un confronto tra Comuni, proprietari degli immobili e categorie economiche per riportare sul mercato i locali oggi inutilizzati.
Tra le misure indicate ci sono incentivi fiscali per i proprietari disponibili ad applicare canoni più equilibrati e sostegni alle nuove aperture. L’obiettivo è rendere nuovamente conveniente investire nei quartieri e mantenere aperte le attività.
Affitti, costi e burocrazia: gli ostacoli per chi vuole aprire negozi
Il canone di locazione rappresenta però soltanto una parte dei costi che un nuovo imprenditore deve affrontare. Confcommercio richiama anche il peso dell’energia, del personale, della fiscalità e degli adempimenti amministrativi.
Nel mirino finiscono anche le procedure necessarie per occupare il suolo pubblico, installare dehors e insegne, effettuare piccoli lavori o organizzare eventi. Secondo Bertin servono regole più chiare, procedure uniformi e tempi certi per evitare che la burocrazia diventi un ulteriore ostacolo all’apertura di nuove attività.
Un altro punto della proposta riguarda il regime fiscale degli affitti commerciali. Confcommercio chiede di tornare a discutere della possibilità di una cedolare secca per le locazioni commerciali, con l’obiettivo di favorire contratti a condizioni più sostenibili.
Oltre 400 negozi persi, ma non tutto il commercio arretra
Il dato sulle chiusure non significa però che l’intero tessuto imprenditoriale padovano sia in contrazione. Nel 2025, secondo i dati Movimprese analizzati dalla Camera di Commercio di Padova, in provincia sono state registrate 5.048 nuove imprese contro 4.544 cessazioni, con un saldo positivo di 504 unità.
La difficoltà riguarda quindi in particolare la composizione del tessuto commerciale: alcuni settori tradizionali perdono attività mentre altri comparti riescono a crescere. L’analisi sul commercio padovano ha evidenziato, per esempio, una diminuzione soprattutto nei settori dell’abbigliamento, dei libri, dei giocattoli e delle ferramenta, mentre risultano in crescita farmacie, telefonia, computer e attività legate all’ospitalità.
La sfida del ricambio generazionale
È proprio qui che si inserisce la richiesta di Confcommercio: non limitarsi a sostenere le attività esistenti, ma creare condizioni perché nuovi imprenditori possano entrare nel mercato.
Bertin chiede quindi interventi per sostenere le nuove aperture, contrastare i locali sfitti e migliorare l’accessibilità e la vivibilità dei quartieri. La proposta riguarda anche una distribuzione più ampia degli eventi cittadini, così da portare iniziative e occasioni di attrazione anche fuori dal centro storico.
La questione commerciale diventa così anche una questione urbana: una strada con attività aperte offre servizi, movimento e socialità. Una strada con troppe serrande abbassate rischia invece di perdere progressivamente funzioni e attrattività.
