China Ingross: il populismo e il giubbino di mia figlia

 

Leggo che l’assessore regionale Elena Donazzan ha fatto visita, invitata dal presidente dell’Ascom Fernando Zilio, al China Ingross. Dopo il solito giro poi sono seguite dichiarazioni indignate su contraffazione, pericolo cinese, evasione fiscale, il lavoro che non c’è per colpa dei cinesi. Elena Donazzan fa il suo lavoro, e chi l’ha consigliata di andare al China Ingross ha colto nel segno: titoli sui giornali e l’impressione che qualcuno finalmente si occupi dei problemi dei veneti. Sotto la superficie di una buona operazione mediatica c’è però dell’altro: negli ultimi vent’anni il Veneto si è svuotato di manifattura non perchè qui sono arrivati i cinesi, ma perchè migliaia di imprenditori veneti sono andati prima in Romania e poi in Cina a produrre. E negli ultimi anni mentre la Guardia di finanza di Padova faceva sei conferenze stampa all’anno su forcine, smalti, luminarie e block notes sequestrate ai cinesi, la cricca dell’evasione fiscale che ruotava attorno alla Mantovani costruzioni e ambienti regionali tutti da scoprire, drenava quasi nove milioni di euro dalle tasse alle tasche, di chi, ancora non si sa. Ed allora quando vedo che il giubbino di mia figlia griffato Benetton è made in China io non me la prendo con i cinesi e mille visite di Elena Donazzan al China Ingross non mi convinceranno che i danni del Nord Est, il lavoro che non c’è, il miracolo che è finito, sia colpa dei cinesi e della globalizzazione. Perchè i giubbini che costavano 80mila lire vent’anni fa, costano, quando va bene 80 euro. E a valori quindi costanti (al netto di una inflazione sudamericana senza crescita sudamericana) mi sa che l’unico risultato del made in China è stato l’abbassamento dei costi di produzione per imprenditori sempre più ricchi in un Veneto sempre più povero, perchè ha perso il lavoro. E mi sa che non è proprio colpa dei cinesi del China Ingross che almeno vendono quello che producono senza caricarci sopra il prezzo della marca, quella con la m minuscola. Quella con la m maiuscola, la Marca, una volta era gioiosa, ma è un pezzo che non vedo più ridere nè Zaia nè Gentilini.

Alberto Gottardo