La Cina? Un’opportunità da cogliere secondo Confapi Padova

 

Le esportazioni delle aziende del territorio verso Pechino, nel 2018 pari a 189 milioni di euro, sono destinate ad aumentare dell’8,8% all’anno per i prossimi due. Il presidente Carlo Valerio: «Oggi i nostri scambi economici con la Cina sono inferiori a quelli con la Repubblica Ceca: troppo poco per non accettare la sfida del mercato. Il made in Italy non può e non deve mettersi sullo stesso piano dei prodotti cinesi e non deve temerne la concorrenza. Ma prima di stipulare accordi servono regole condivise e una programmazione chiara».
La Cina dovrà essere ancora più vicina. Un’apertura all’intensificazione del commercio con Pechino non soltanto è auspicabile, ma è una strada quasi obbligata se si considera che a “salvare” l’economia italiana in recessione, oggi ancor più di ieri, è l’export. E tuttavia serve attenzione: sì all’apertura, ma partendo dalla condivisione di regole precise e da un progetto definito. A oggi, invece, si sa ancora poco dei contorni del memorandum d’intesa tra Italia e Cina di prossima firma. È la posizione di Confapi Padova sulla questione della cosiddetta nuova Via della Seta, attorno alla quale si gioca una partita globale in cui il Belpaese si trova a recitare un ruolo da potenziale protagonista e in cui il Veneto – e dunque anche Padova – può interpretare una parte rilevante.
«Oggi le aziende del territorio padovano esportano in Cina meno di quanto non esportino in Repubblica Ceca: parliamo di 189 milioni contro 210. Faccio questo confronto perché da solo rende l’idea di quanto ampi siano i margini di crescita nell’interscambio con Pechino», sottolinea Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova. «Ritengo sia quantomeno miope opporsi aprioristicamente a un accordo commerciale, che sarebbe vantaggioso anche in chiave locale. La riserva che ho sentito più spesso in questi giorni riguarda i rischi che un’apertura alla concorrenza delle aziende cinesi comporta per le nostre imprese. È un timore che chi tiene alto il vessillo del made in Italy non deve avere, proprio perché lo specifico del made in Italy è sempre stato e sempre più dovrà essere la produzione di qualità. Le nostre aziende agiscono già oggi su piani diversi rispetto a quelle cinesi. Se si è consapevoli di quanto si fa non si ha paura di aprirsi».
«Ovviamente», prosegue Valerio, «sono necessarie alcune precisazioni: qualsiasi forma di accordo commerciale va bene solo se è foriera di uno sviluppo ulteriore e prevede reciprocità tra Italia e Cina. Aggiungo inoltre che un accordo limitato solo alla nostra nazione avrebbe poco senso, perché occorre ragionare in chiave europea, in un quadro in cui l’Italia ha, però, la possibilità di fare da apripista. Per cui, se oggi di fronte al memorandum da firmare c’è scetticismo, non riguarda il timore della concorrenza straniera, quanto il fatto che non sappiamo chi del Governo in carica abbia competenza diretta sul tema e quali siano nello specifico i precisi contorni della questione. Prima di stipulare accordi così rilevanti occorre conoscere, avere le idee chiare e partire da un sostrato di regole condivise. È su questo che dobbiamo ragionare, non su altro».
Ma quali sono le cifre attuali dell’export del territorio verso la Cina e quali gli scenari più prossimi? Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha incrociato i dati messi a disposizione dalla Camera di commercio di Padova con le stime di Sace sui prossimi anni. Ebbene, il totale delle esportazioni delle imprese provinciali verso la Cina nel 2018 ha superato i 189,241 milioni di euro. È la 13^ nazione verso cui si esporta di più, ma sale all’ottavo posto se consideriamo i prodotti meccanici e al primo se ci si focalizza sulle esportazioni verso l’Asia. Considerando che a livello nazionale è atteso un incremento a un tasso medio delle esportazioni verso Pechino dell’8,8% tra il 2019 e il 2021, possiamo considerare che già al termine di quest’anno, applicando la stessa proiezione all’area padovana, si supereranno i 205 milioni, destinati a diventare 224 nel 2020 e 243 nel 2012. Ma è ancora poco rispetto a quanto si potrebbe esportare.

Nella foto Carlo Valerio