Ordine dei giornalisti: 110 euro l’anno. Una tassa o una tariffa?

 

Ricevo una email oggi che mi ha fatto pensare che davvero ci sono delle cose che in Italia devono cambiare e scrivo di getto queste righe. Ogni anno io pago, in ritardo puntuale perchè sono un cialtrone, 100 euro all’ordine dei giornalisti. E non ho mai capito perchè. Mi rispondono “perchè in italia è così”. E io pago e pagherò. Ma poi mi ricordo che quando ho lavorato in Inghilterra mi sono iscritto per 3 settimane all’associazione della stampa estera: ho portato il contratto di lavoro, sennò non mi accreditava nessuno, e mi hanno fatto la tessera, che poi ho dovuto restituire al momento della scadenza del contratto. Qui in Italia funziona al contrario: una marea di giornalisti con il tesserino e pochissimi con il contratto. Ed allora perchè devo pagare i 110 euro? So che mi risponderanno che non è competenza dell’ordine, è competenza del sindacato. Mah. Per i servizi di formazione, mi dicono, servono quei 110 euro. Non ne ho mai usufruito, il mestiere l’ho imparato consumando le suole delle scarpe per la strada e migliaia di euro di telefono in più rispetto ai soldi che ricevevo dal giornale, cioè lavorando gratis e forse anche in perdita nei primi anni: forse per quello rimango un giornalista di strada, non vengo premiato ed è giusto così dato che il mio è comunque un livello tutto sommato mediocre di scrittura. Poi però vedo che anche i colleghi formati dai dottori dell’ordine, quelli usciti da un costosissimo master, per fortuna ora chiuso, all’università di Padova, sono usciti con lo stesso mio livello professionale. Mediocremente professionisti, per carità, dopo aver pagato un dazio di migliaia di euro a vecchie parrucche che raccontavano un giornalismo morto e sepolto da un pezzo. E poi penso ai professionisti sfornati da avventure sciagurate come E Polis, che erano convinti di sapere fare il mestiere solo perchè avevano la firma ed addirittura la fotina (ve la ricordate?) sulle pagine di un giornale nato sul dumping sociale, con a reggerlo una manica di banditi che avevano dichiarato la loro sfrontatezza sin dall’inizio, dato che la società proprietaria era, pensa un po’ una fondazione a San Marino. E l’ordine non credo abbia detto più di tanto quella volta: erano pur sempre 100 euro per 200 e passa giornalisti che entravano in più ogni anno.
Con i vertici dell’ordine del Veneto ho sempre avuto rapporti cordiali: so che lavorano gratis Gianluca Amadori e Claudio Baccarin, rispettivamente presidente e segretario dell’Ordine del Veneto. I 110 euro non vanno loro in tasca. Servono per pagare spese crescenti, si scrive nella lettera. Spese di una burocrazia di cui non vedo il senso e le ricadute sulla mia microscopica carriera di giornalista di provincia.
Se non pago l’iscrizione mi dicono, non posso fare il giornalista, ed allora pagherò anche l’anno prossimo, 110 euro. Il perchè però non l’ho mica capito.
Se qualcuno vuole darmi una mano a comprendere la mia mail è [email protected]

Alberto Gottardo

P.S.: Alcuni ex redattori del gruppo E Polis mi hanno contattato chi preannunciando querela penale chi causa civile per un passaggio di questo articolo che non modifico, ma che loro hanno interpretato come offensivo nei confronti dei giornalisti stessi. Spiego qui di seguito la mia posizione, io mi riferivo a Rigotti e compagni di imputazione, successiva e forse tardiva che allego qui in link (credo che la vicenda sia nota http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2011/06/16/news/crac-epolis-indagato-rigotti-4440696 ) poi se qualcuno vuole perdere tempo e soldi intentando causa non saranno queste righe ad impedirglielo. Vorrà dire che ne butterò via un po’ anch’io di tempo e soldi per spiegare quello che dovrebbe essere ovvio: io non ce l’ho con chi ha avuto la sfortuna professionale di inizare la carriera in una avventura tanto sfortunata. Ci mancherebbe altro. Dire che il fatto che venga impiantato un giornale senza pagare i contributi ai giornalisti, senza pagare i fotografi sia uno schifo, credo, sia comunque ancora possibile in questo Paese in cui forse ci stiamo abituando a tutto