Non si può comprendere la funzione profonda della Smorfia se non si conosce la storia del Lotto e il suo impatto radicato nella cultura popolare, in particolare su quella partenopea.
La Smorfia, il cui nome deriva probabilmente da Morfeo, divinità associata al sonno, è una vera e propria cabala popolare. Un libro sacro in cui ogni elemento della realtà quotidiana, un sogno, un incidente, una sventura, un incontro insolito o un fatto di cronaca, viene spogliato della sua veste casuale e tradotto in un numero preciso da 1 a 90.
A Napoli il mondo reale e quello dei sogni comunicano continuamente, senza barriere. I defunti non fanno paura: tornano a trovare i vivi nel sonno per dettare i numeri e regalare una speranza concreta di riscatto economico.
In questo ecosistema magico è nata anche la figura dell’assistito: un sensitivo stravagante, ritenuto in contatto diretto con gli spiriti, al quale il popolo si rivolgeva per intercettare le “terzine” vincenti. Per i napoletani, infatti, il Lotto non è mai stato un semplice gioco o una fredda statistica matematica, ma un’istituzione culturale e una filosofia di vita per dialogare con il caos della quotidianità.
Le radici storiche: lo scontro tra il re e il frate
La passione viscerale di Napoli per i numeri si consolida nel Settecento. Nel 1734, re Carlo di Borbone decise di legalizzare il gioco (fino ad allora clandestino) per tassarlo e rimpinguare le casse dello Stato.
A questa decisione si oppose ferocemente un frate domenicano amatissimo dal popolo, Padre Gregorio Maria Rocco, che riteneva il Lotto un vizio capace di distogliere le famiglie dalla devozione religiosa. Tra il sovrano e il frate nacque un compromesso “storico”: il re ottenne la legalizzazione, ma dovette accettare di sospendere il gioco durante le festività natalizie per non distrarre il popolo dalle preghiere.
Il popolo napoletano, però, non volle rinunciare al divertimento dell’estrazione e aguzzò l’ingegno: raggruppò i 90 numeri in un cestino di vimini (‘o panariello) e inventò le cartelle da giocare in casa. Nacque così la Tombola, la versione domestica, calda e familiare del Lotto.
L’impatto del Lotto nella cultura: tra letteratura e teatro
Cinema, teatro e letteratura hanno analizzato questo fenomeno sociale con enorme lucidità. La scrittrice e giornalista Matilde Serao, nel suo capolavoro d’inchiesta Il ventre di Napoli (1884), dedicò pagine memorabili al gioco del Lotto, definendolo la vera panacea del popolo:
“Il Lotto è l’infinito campo della fantasia di questo popolo che non legge, che non pensa, che non si distrae, che non ha altra gioia… Il Lotto è la grande farmacia che cura tutti i mali; è la speranza, ed è il sogno.”
Per la Serao, il sabato (giorno dell’estrazione) era il fulcro di un’attesa collettiva, il momento in cui la popolazione comprava il diritto sacrosanto di sognare per una settimana intera.
Questa totale sottomissione al potere dei numeri trova la sua consacrazione teatrale in “Non ti pago” (1940) di Eduardo De Filippo. La commedia ruota attorno a Ferdinando Quagliuolo, gestore di un banco Lotto, sfortunatissimo nel gioco ma ossessionato dai numeri. Un suo impiegato, al contrario, vince una quaterna memorabile grazie ai numeri dati in sogno dal defunto padre di Ferdinando. Quagliuolo, accecato dall’invidia, si rifiuta di pagargli la vincita sostenendo una tesi surreale ma poeticamente logica: il fantasma di suo padre ha sbagliato destinatario; voleva dare i numeri a lui, ma poiché l’impiegato abitava nella sua vecchia casa, il defunto si è semplicemente confuso.
Il riflesso sul grande schermo
Anche il cinema italiano ha attinto a piene mani da questo straordinario immaginario:
- L’oro di Napoli(1954) di Vittorio De Sica: nell’episodio dei giocatori, il Conte Prospero (interpretato da De Sica stesso) è un nobile che, non avendo più nessuno con cui giocare, si riduce a fare interminabili partite a carte con il figlio del portiere, un bambino di otto anni che lo batte regolarmente, mandandolo su tutte le furie.
- Totò:il Principe della risata ha affrontato il tema in moltissimi film (come Totò e i re di Roma), incarnando perfettamente l’italiano medio che insegue la “svolta” della vita attraverso l’estrazione della ruota.
- Massimo Troisi e “La Smorfia”:negli anni ’70 e ’80, il celebre trio comico formato da Troisi, Lello Arena e Enzo Decaro scelse come nome proprio La Smorfia, portando in televisione sketch leggendari che ironizzavano sul rapporto quasi commerciale, confidenziale e quotidiano che il napoletano ha con il sacro, i miracoli e i numeri.
- Così parlò Bellavista(1984) di Luciano De Crescenzo: nel film compare una scena iconica in cui il Professor Bellavista e i suoi amici vanno a consultare un “assistito” in un vicolo di Napoli per interpretare un sogno, dimostrando la sopravvivenza intatta di questo rituale magico anche nel ventesimo secolo.
La Smorfia come dizionario dell’anima
In ultima analisi, se il Lotto rappresenta il palcoscenico della speranza, la Smorfia ne è il copione invisibile e immortale. È lo strumento con cui il popolo napoletano ha compiuto il suo miracolo più grande: trasformare la quotidianità in opportunità.
Nella Smorfia, la fame, la malattia, i litigi e persino la morte perdono il loro peso tragico per diventare materiale da gioco, combinazioni numeriche, promesse di futuro. Questo libro non stampato, tramandato di generazione in generazione, non è un semplice catalogo di superstizioni, ma un raffinato ammortizzatore poetico. È la prova di come una cultura intera abbia deciso di non subire passivamente i colpi del destino e il caos della vita, ma di tradurli in un linguaggio cifrato. Un codice per sorridere della sorte, giocarci a scacchi e, ogni sabato, darsi il permesso di sognare.
